RICORDI CHE IL SOTTOSCRITTO
HA RACCOLTO DALLA VIVA VOCE DI SUO NONNO
NICOLA ZANI
CHE FU GUIDA A G. GARIBALDI FINO A GATTEO
NELLA SUA DISCESA DA SAN MARINO
LA NOTTE DEL 31 LUGLIO 1849
 GINO ZANI
San Marino, lì 19 settembre 1949

Il Prof. Fulvio Mascelli, nuovo direttore della Biblioteca, Museo ed Archivio di Stato di questa Repubblica, alcuni giorni dopo la inaugurazione della mostra per il centenario dello Scampo di Garibaldi in San Marino, mi ha presentatato questo quaderno e mi ha detto: -Legga.

Ho letto, scritto a lapis sulla prima pagina:
RICORDI CHE IL SOTTOSCRITTO HA RACCOLTO DALLA VIVA VOCE DI SUO NONNO NICOLA ZANI CHE FU GUIDA A G. GARIBALDI FINO A GATTEO NELLA SUA DISCESA DA SAN MARINO LA NOTTE DEL 31 LUGLIO 1849. Ing. Gino Zani San Marino.

Ho accettato il quaderno non so perchè. Ed ora sono in un bell'impiccio. Non vorrei aver l'aria di fare qui il panegirico di nonno Nicola, detto Badarlon, che fu un pover uomo dalla nascita alla morte e non si diede mai arie di eroe per essere stato guida di Garibaldi.

Dirò quello che ricordo e mi limiterò a trascrivere alcuni appunti presi, in tempo ormai lontano, per conservare memoria degli episodi che Badarlon raccontava.

La vecchia guida riceveva molto spesso visite di forastieri e di giornalisti ai quali doveva ripetere il racconto degli avvenimenti della memorabile notte del 31 Luglio 1849. Inoltre spesso nelle lunghe serate d'inverno, accanto al fuoco dove si raccoglieva la famiglia con alcuni vicini di casa a far la veglia, Badarlon, specialmente se un bicchiere di vino bianco lo rendeva meno taciturno e gli scioglieva la lingua, narrava qualche episodio della sua vita di guida. Perchè, oltre al mestiere di conciatore di canapa, che esercitava da giovane, aveva anche un'occupazione un po' meno pacifica: guidava gli emigranti, in gran parte renitenti di leva, che dal Lombardo - Veneto si recavano nell' Italia meridionale in cerca di aria più respirabile.  Era stato dodici volte a Roma a piedi, ed aveva provato anche le delizie del carcere pontificio, perchè arrestato con un gruppo di disertori dell'esercito austriaco.

Gli emigranti, se era necessario, venivano provvisti di passaporto, ricorrendo ad ogni mezzo, anche non molto lecito. Nonno Badarlon una volta aveva escogitato un sistema abbastanza pratico. Si era acquistata la simpatia di una cameriera del Segretario di Sato per gli Affari Esteri. La nonna diceva che il suo signor marito era di sangue innamorativo. E la cameriera gli procurava i fogli di via muniti del prescritto bollo di Stato.

Un affare poco pulito? Si potrebbe cercarne la giustificazione nel vecchio aforisma che il fine giustifica i mezzi. Si trattava di salvare la pelle di patrioti che si avviavano all'esilio. Ma sarà più sincero acconsentire che l'affare era veramente non troppo lindo. Del resto la vita è quello che è, e cioè un miscuglio di opere buone e non buone.

Ma tutto questo non centra con lo scampo di Garibaldi. Dunque Nicola Zani, oltre che al conciatore di canapa, faceva anche la guida.

***

Giuseppe Mastella nella sua canzone garibaldina "IN REPUBBLICA BONA" ha fatto il ritratto di una guida ideale dell'Eroe Nizzardo nello scampo da San Marino:

    Venne la guida: un uom arido, ossuto,

    Tutto pel, tutto nerbi, tutto nocchi,

    Tutte rughe la fronte ampia, con gli occhi

    Fiammeggianti e il contegno risoluto:

    Cacciatore instancabile, saputo

    Nel rampar per dirupi e per trabocchi,

    Nell'entrare il padul fino ai ginocchi,

    Nel trovar, come il can, la strada al fiuto...

Ecco: che Badarlon fosse un camminatore e sapesse trovare la strada al fiuto, è stato forse vero, ma che fosse quel Nembrotte che appare nei versi, non è esatto. La nonna che, come accade spesso alle mogli, era un poco l'allegra diffamatrice del marito, lo diceva cacciatore di passerotti e di cameriere.
In ogni caso nel 1849 il canapino Badarlon era un giovanotto di ventisei anni, bruno, dalla folta chioma e dalla folta barba nera, che portava i calzoni corti con la patavella, e cioè abbottonati sui fianchi, il cappello a cilindro ed un inseparabile bastone che chiamava "codiz" - il codice.

Anche sulla patavella la nonna faceva la burletta, perchè diceva che in una festa di ballo gli si era sbottonata...

Ma non si creda che, perchè armato di "codice" Badarlon fosse un attaccabrighe o un prepotente. Certo il mestiere che esercitava, la compagnia che frequentava, ed il tempo in cui visse non gli avevano permesso di essere nè timido, nè pusillanime. Fu tuttavia un uomo pacifico, anche se una volta ruppe il "codice" sulle spalle di un tale che diceva male di Garibaldi. Un po' di fegataccio dovette averlo. Ma non se ne vantò mai.

Ricordo a questo proposito che un ufficiale dell'esercito italiano venuto a visitarlo, come tanti altri, mentre il nonno ripeteva il solito racconto dello Scampo di Garibaldi, lo interruppe per chiedergli:

- E voi non avete avuto paura?

Badarlon si risentì: - Come? Se ho avuto paura? Ho avù porra sigorra! Ho avuto paura sicuro! Avrei voluto veder voi al mio posto, con tutta la divisa che portate! -

Il poeta Mastella conobbe Badarlon da vecchio. Ma allora "occhi fiammeggianti" erano ridotti al solo occhio sinistro anch'esso semispento.

***

Non perda la pazienza il Prof. Mascelli se il preambolo è troppo lungo. Anche il quaderno che mi ha consegnato, di ben dieci fogli, è molto lungo, mentre l'episodio dello scampo di Garibaldi è breve. Non sarà  inutile l'aggiunta di particolari che possano meglio lumeggiare l'avvenimento e le persone che vi presero parte.

Ma intendiamoci bene. Non pretendo e non voglio darmi l'aria di storico. Lo storico con l'ausilio dei documenti, quando ne trova, e delle tradizioni quando mancano i documenti, con acume di critico e con imparzialità ricompone i fatti, ne studia le cause, ne determina gli effetti, perchè la storia non venga meno alla sua funzione di maestra della vita.

Io, in tutt'altre faccende affaccendato, devo limitarmi a scrivere alla buona quanto ricordo dei racconti di Nonno Nicola. Lo storico, se mai avvenga che occhio di storico si posi su queste povere righe, potrà sorridere di compatimento, ed io non me ne avrò a male.

E perchè la narrazione riesca più vicina alla realtà dei fatti, non saranno fuori posto i commenti della nonna Marina che molto spesso e volentieri era di parere contrario a quello del marito.  Badarlon era entusiasta non solo della epopea garibaldina, ma di tutti gli avvenimenti del Risorgimento Italiano. Nonna Marina che, madre di otto figli, aveva dovuto lottare sempre con la miseria, ed aveva sofferto molti tremacuori, specialmente durante le non brevi assenze del marito di cui spesso non sapeva se e quando sarebbe tornato, non condivideva gli entusiasmi di Badarlon, perchè aveva vissuto gli avvenimenti senza il velo della passione politica. - Era tuttavia anch'essa di sentimenti liberali e andava poco d'accordo coi preti, che metteva in ridicolo nelle molte barzellette che raccontava durante le veglie invernali. - Suo fratello, Nicola Cesarini detto Culò, aveva combattuto volontario in quasi tutte le guerre per l'indipendenza d'Italia dal 1848 al 1860. Ed ella, ancora negli ultimi anni di sua vita, ricantava ai nepoti le canzoni dei ribelli nel tempo della sua lontana giovinezza:

    "La bandiera di Perugia

    "La è tutta insanguinata.

    "E l'è stato il sodà del Papa;

    "Ma chi l'ha rotta la pagherà."

Con tutto ciò ella era abituata dir bianco al bianco e nero al nero, senza peli sulla lingua, anche se ciò indispettiva nonno Badarlon.

***

Nelle veglie adunque delle sere d'inverno entro la piccola affumicata umida cucina la nonna filava la canapa; le altre donne, vicine di casa, erano occupate nei lavori più vari. Il nonno sotto la cappa del camino, con le ginocchia accostate ai tizzoni, perchè era molto freddoloso, alimentava il fuoco e brontolava coi nepoti irrequieti.

La conversazione cadeva spesso sui tempi andati.

- Brutti tempi! - diceva la nonna. - Non solo bisognava combattere con la miseria, ma c'erano le guerre, c'erano le rivoluzioni. Arrivavano da ogni parte notizie che si fucilavano, si impiccavano i cristiani come bestie da macello. Quassù fra queste quattro genghe avremmo potuto campare tranquilli. Nossignore! Anche quassù i figli di mamma avevano la fregola di andare alla guerra. Molti partivano di nascosto. Altri cantavano: - Addio, mia bella, addio - I martiri nostri son tutti risorti - L'Italia sè desta. L'elmo di Scipio - ed altre fregnacce, gessumaria! - Ma quelli che cantavano erano come i coristi sul palcoscenico: dicevan partiam, ma non partivano. Eppure chi avrebbe mai immaginato che dovevano venire a rompersi le corna anche quassù...?

- Veramente quassù nessuno s'è mai rotto le corna- interrompeva nonno Nicola. - Quassù non s'è mai sparato neppure un colpo di fucile.

- Gia! - seguitava la nonna. - Ma nel quarantanove le racchette le avevano piazzate sul castellaccio di Fiorentino ed a Poggio Castellano i tedeschi. E bastava un'inezia per far succedeere un massacro. Ricordo come fosse adesso quella sera che si videro sul Tassona dei fuochi che pareva la vigilia di San Giuseppe. La gente diceva: - Chi sono? Sono Garibaldini? Sono Tedeschi? Sono mille? diecimila? centomila? Misericordia! Vuoi vedere che vengono anche da noi?

-E siccome i preti nelle chiese predicavano che Garibaldi era scomunicato, che aveva mandato via da Roma il Papa, che i Garibaldini erano briganti vestiti di rosso come il boia, che rubavano tutto, anche le donne, ognuno sentiva addosso un po' di tremarella, a cominciare dai Reggenti.

Quando arrivò Ugo Bassi con un altro prete, tutte le porte si chiusero. Chi saranno? Sono spie dei papalini? o dei Tedeschi che vengono per cavarci i denti e poi denunciarci?... Solo Lorenzone li accolse perchè aveva un caffè dove tutti potevano entrare. E il Papagallo, che è sempre stato un pappagallo, andò sul Tassona da Garibaldi per portargli una lettera e farlo venire quassù .-

Nonno Badarlon non ammetteva che si parlasse male dei suoi amici inseparabili, Lorenzo Simoncini detto Lorenzon e Sebastiano Della Balda detto il Papagallo; e scattava:

- Voi - diceva alla nonna - voi siete una lingua sacrilega e non avete mai capito niente. (I nonni si trattavano col Voi aristocraticamente). Lorenzone avrebbe potuto benissimo mandare Ugo Bassi fuori dalle scatole, ed invece gli offri il suo letto. Papagallo, per quanto volontario della civica, avrebbe potuto restarsene a casa per conservare la pancia ai fichi, come fecero tanti altri, ed invece arrischiò la pelle e condusse Garibaldi dalla Tassona al Convento dei Cappuccini.

***

- Del resto - seguitava nonno Nicola - era destino che Garibaldi si rifugiasse quassù, perchè questo era l'unico posto dove avrebbe potuto prender fiato, circondato com'era dai Tedeschi. Già il giorno prima dell'arrivo del Generale alcune camicie rosse erano comparse sul territorio della Repubblica ed in Borgo. Nella notte dal 30 al 31 Luglio il grosso delle truppe varcò il confine. La mattima del 31 lo Stradone era pieno. Le porte della Città furono chiuse e guardate da picchetti armati. La gente si affacciava tra i merli delle mura a curiosare. Lo spavento era generale. - I Garibalden iera un miera, erano un migliaio, sfiniti che parevano più uomini. Avevano perduto l'ultimo cannone sul Tassona, e portavano i feriti caricati attraverso i muli come sacchi di carbone.-

- E avevano certe faccie da patibolo! - interrompeva la nonna.

- Voi state zitta! - ordinava Badarlon.

  Si, si, che sto zitta! E i pidocchi marciavano a quattro a quattro su per le gambe dei guerrieri e sui brandelli delle camicie rosse, gesummaria!...

Il nonno si indispettiva, interrompeva il racconto e con poderosi colpi di paletta distaccava la brage dai ceppi infuocati e la sparpagliava sulla lastra del focolare; ma si calmava subito e, specialmente alle insistenze di noi bambini, tornava a raccontare.

- Il primo ad arrivare a San Marino era stato il quartiermastro del Generale; che si chiamava Francesco Nullo, bell'uomo che portava il pizzo alla moschettiera ed era nativo di Bergamo. Fu ricevuto dal Reggente Domenico Belzoppi e chiese che Garibaldi potesse attraversare con i suoi uomini il territorio della Repubblica.

Il Reggente rispose che avrebbe fatto meglio a scegliere un'altra strada, perchè San Marino poteva diventare una trappola, piena come era di spie austriache e pontificie, e coi Tedeschi che la stringevano da ogni parte. E promise di mandare viveri per le truppe se queste fossero passate poco lontano dal confine. - Ma ecco che arriva un'altra staffetta: era un prete, era Ugo Bassi, e chiedeva anch'egli a nome del Generale il passaggio per i soldati, ed i viveri. Ugo Bassi era un buon prete; una mosca bianca tra i preti...

- Non vorrete mica dire che era un santo? - Interrompeva la nonna.

- O santo, o no, era un prete liberale, e per questo fu fucilato dagli assassini Tedeschi d'accordo con gli assassini del Papa, che masticavano paternostri e appestano la povera gente.

Il Reggente Belzoppi si preoccupò della salvezza di San Marino, e spedì il mio amico Papagallo perchè persuadesse il Generale a non attraversare il nostro territorio. Invece il Papagallo fu proprio lui a guidare Garibaldi fino a San Marino.

- Ma a spedire quel pappagallo del Pappagallo fu il segretario Bonelli d'accordo con Ugo Bassi. - Era sempre la nonna che interrompeva il racconto. - A me pare che anche Belzoppi fosse il Reggente della tremarella.

- La tremarella l'avevano tutti, perchè i Tedeschi erano troppi. Ma se, vivaddio! avessimo avuto le armi, sotto la guida di Garibaldi ne avremmo fatto carne per salsiccia. Che cosa potevano fare quattro montanari senza un chiodo per difenderci? Il governo era in mano dei liberali: i tre B, Belzoppi-Bonelli-Borghesi, erano liberali, ed il Reggente sapeva le delizie della galera papalina. Era stato arrestato, insieme con un suo contadino, senza prove, perchè la lettera che poteva compro-metterlo se l'era mangiata.

Si diceva che Ugo Bassi avesse rinfacciato a Belzoppi la sua condotta troppo timida per un patriota. Ma il reggente aveva risposto: Noi uomini di governo siamo personalmente tutti liberali, ma la Repubblica non può avere ufficialmente un governo che dispiaccia a Sua Santità!-La Repubblica, per mantenersi libera, deve essere neutrale!-

- Libera abuntrocle - concludeva nonna Marina stroppiando il latino del testamento del Santo.

***

- Dunque arrivavano sullo Stradone che non parevano più uomini, tanto erano sfiniti dagli stenti, sudici, stracciati. Garibaldi scese con Anita al Convento dei Cappuccini dove un frate, padre Raffaele, che era stato soldato di Napoleone ed era un sant'uomo, aveva raccolto i feriti e quanti non si reggevano più in piedi. Giacevano un poco ovunque, nelle celle, nei corridoi, nella chiesa. Il Generale fece colazione con la lingua di un bue che i Garibaldini macellavano nelle vicinanze del convento. Poi montò a cavallo per andare dal Reggente.

Nell' attraversare l'accampamento improvvisato sullo Stradone, un soldato male in arnese mostrò le scarpe rotte e ne chiese un paio migliori. - Se vuoi, -disse il Generale - puoi far cambio colle mie. - Anche il Generale aveva le scarpe rotte.

Il paese era sossopra. La propaganda fatta dai preti nelle chiese e fuori produceva i suoi effetti. La gente aveva paura.

Era la mattina del 31 Luglio del quarantanove. I Garibaldini rimasero fuori della mura. Il Generale entrò dalla Porta San Francesco che era custodita dai nostri soldati al comando di Pietro Tonnini allora tenente.

La gente accorsa faceva ala ed osservava in silenzio. Ad una finestra era la Giulia Giangi. Quando vide Garibaldi, non potè trattenere una esclamazione di sorpresa, e disse ad alta voce: -E questo, mamma, il masnadiero? Ma non vedete che ha la faccia del Nazzareno?! - Il Generale udì e sorrise.

Dunque Garibaldi disse al Reggente che veniva qui come rifugiato: che i suoi uomini per gli stenti patiti non avevano più forza di combattere; che avrebbe depositato le armi e chiedeva che la Repubblica si fosse fatta mediatrice per ottenere una onorevole via di scampo.

Belzoppi gli diede il benvenuto. Tra liberali era facile intendersi. Promise le razioni per i soldati e le fasce per i feriti, che furono preparate un po' da tutti, persino dalle monache di Santa Chiara. Disse che avrebbe fatto volentieri da mediatore fra i soldati dell'Italia e quelli dell'Austria, e che in compenso chiedeva il rispetto per gli abitanti di San Marino e per i loro averi.

Garibaldi promise e ringraziò. Tornato al Convento dei Cappuccini, sotto il portico, sopra un tamburo scrisse l'ordine del giorno, col quale scioglieva la Legione e lasciava liberi i soldati di tornare alle loro case.

Però i s'aveva d'arcurdè che l'Italia l'an pseva restè tel meni di Tudesch!

***

Qui nonno Badarlon si interrompeva commosso come per pigliar fiato, e con la paletta tormentava i tizzoni del focolare che mandavano scintille da ogni lato. Nonna Marina brontolava: - Ma lasciatelo stare quel fuoco! Non vedete che così la legna non dura niente? ...

Quando Garibaldi sciolse i soldati dal giuramento di seguirlo, molti si ribellarono. Ricordo come fosse ora un bel giovane che riposava seduto sullo scalino della chiesa dei Valloni. Quando gli dissero che la Legione Romana era sciolta, scattò in piedi come una molla, e stendendo le braccia nude urlò: - Finchè avrò sangue nelle vene, io sarò sempre con Garibaldi.-

- Quelli erano soldati, vivaddio! commentava il nonno. - Garibaldi sapeva scegliere bene i suoi uomini... Dunque il Reggente Belzoppi ed il Segretario Giambattista Bonelli cominciarono a trattare per la resa dei Garibaldini. Però, secondo me, fu tutta una commedia. Garibaldi sapeva benissimo che i Tedeschi e i Papalini non perdonavano, e cercava di guadagnar tempo facendo credere che voleva arrendersi. E anche i Tedeschi volevano guadagnar tempo per stringere meglio San Marino, prendere Garibaldi e fargli la festa come fecero a Ciceruacchio e Ugo Bassi.

- Ciceruacia - diceva dialettalmente la nonna -portava un gran pizzo da moschettiere e aveva gli orecchini d'oro come le donne. Era un tipo buffo, con la faccia quadrata da macellaio. Infatti se la intese con Giulio di Pachin e fu ospite in casa sua. Pore Ciceruacia! Venne poi la notizia che l'avevano fucilato: prima il figlio sotto gli occhi del padre, poi il padre, come un cane!...

- E il figlio aveva quattordici anni! - seguitava il nonno. Ma i tempi erano così!... Giambattista Bonelli andò a Rimini per iniziare le trattative di resa col comandante tedesco di quella piazza, e tornò accompagnato da un ufficiale austriaco che doveva stabilire colla Reggenza i patti della capitolazione. I patti furono stabiliti. Ma l'ufficiale austriaco si riservò l'approvazione del comandante in capo, e prescrisse che nessuno dei Garibaldini potesse allontanarsi dal nostro territorio fino a quando le condizioni della resa non fossero firmate dal generale che si chiamava...

- Radeschi, - suggeriva pronta la nonna

- Ma che Radeschi!

- Sissignore, il capo dei tedeschi era il generale Radeschi (Radetzky).

- Nossignore, quello era un altro. Si chiamava: Gar. Gar.., adesso mi ricordo: si chiamava Gargossi (Gorzkowsky), e stava a Bologna. La trappola era evidente e la capiva ogni minchione. I Garibaldini avrebbero dovuto star fermi quassù in attesa dell'approvazione dei patti della resa: gli Austriaci così avrebbero avuto tempo necessario per stringere l'anello attorno alla Repubblica. E dopo il comandante in capo, il generale Gargossi, avrebbe dichiarato di non approvare l'accordo. Ma 'Garibaldi la sapeva lunga. E quando gli portarono il foglio con le condizioni di resa, mangiò la foglia, e si riservò di far esaminare il documento dal suo Stato Maggiore che si riuniva nella sala di Lorenzone. Era chiaro che non voleva far capire le sue intenzioni con un netto rifiuto. Ma aveva già preparato il piano di fuga mentre le trattative proseguivano.

***

Alle cinque dopo mezzogiorno ero nel caffè di Lorenzone con alcuni amici. Venne il Papagallo e mi chiamò in disparte.

- Ti sentiresti di fare una passeggiata? mi disse.

- E perchè no? - Capivo pressapoco di che poteva trattarsi.

- Allora vieni con me. Garibaldi ha bisogno di una guida. Andai. Nella sala superiore, dove Papagallo mi condusse, trovai il Generale con Anita e con molti ufficiali. Era lo Stato Maggiore. Seppi poi che tra i presenti erano Marocchetti, Cenni e Leggero.

Garibaldi si alzò. Quando seppe che ero la guida, mi venne incontro e mi squadrò dalla testa ai piedi. Gli occhi parevano di acciaio. I meteva mados cme un furmighen: (mettevano addosso una specie di formicolio.) Tutti gli altri mi guardavano in silenzio. Io mi confusi e non trovavo le parole per rispondere. L'Anita non potè trattenersi dal sorridere.

- Compativa il mammalucco! - Era sempre la nonna a fare commenti.

- O mammalucco o no, mi accorsi che Garibaldi aveva di me buona impressione. Mi disse di sapermi regolare bene, perchè la mattina dopo voleva essere a Cesenatico. Promisi di condurlo fino a Gatteo, e lì di affidarlo ad un mio amico, anch'egli guida e molto fidato, che, più pratico di me della pianura, lo avrebbe condotto fino al mare.

- Quanto vuoi per il viaggio? - mi chiese.

- Io? - che faza lo! faccia lei.

- Ti bastano quattro scudi?

Feci cenno che per me era cosa indifferente. Capivo benissimo che in quella circostanza parlare di compensi era cosa da ridere. Non ho mai creduto che mi avrebbe pagato. Anzi mi convinsi subito che il Generale era più in bolletta di me: un n'aveva manc 'on - non ne aveva neppure uno!-

- Io vorrei sapere - domandava la nonna - come mai abbiano scelto proprio voi per guida.-

- Cosa volete che ne sappia io! Credo che l'idea non sia stata del Papagallo, ma di qualcuno dei tre B, che erano furbacchioni e suggerivano dietro le quinte. Allora io risiedevo a San Marino da circa dieci anni, ma non ne avevo la cittadinanza. Se gli Austriaci mi avessero preso con Garibaldi, potevano farmi la festa senza compromettere la Repubblica.

***

Quando capii che il Generale non aveva altro da dirmi, mi preparai ad uscire, anche perchè temevo di essere di incomodo fra quegli ufficiali, e chiesi a che ora dovessi tornare.

- Di qui non si esce! - disse in tono deciso Garibaldi.

- Ma il passaporto l'ho lasciato a casa.

- Se vieni con me, vedrai che il passaporto è inutile.

- E non posso neppure salutare mia moglie?

Qui interveniva nonna Marina.

- Oh! sì! Voi alla moglie pensavate proprio molto! Il fatto sta che quando la Giuditta di Lorenzone venne a dirmi che quel bel tomo di mio marito mi aspettava, capii subito che c'era qualche novità per l'aria. Presi per mano mio figlio Pio, poverino, e andammo a vedere che cosa succedeva. Salii le scale ed entrai nella sala di Lorenzone, che era piena di ufficiali sbrandellati. Più d'ogni altro mi fece subito impressione Anita. Era grossa e si vedeva che soffriva molto. Vestiva da uomo, come altre donnacce che seguivano i Garibaldini. (La nonna le chiamava zavardoni). Rispose appena al mio saluto, ma compresi che anch'ella era mamma dal modo come guardò il mio bambino e come allungò la mano per accarezzargli i riccioli biondi.

Mio signor marito mi salutò appena. Mi disse che doveva restare col Generale, che non l'aspettassi a casa. Mi sentii una stretta al cuore, perchè comprendevo che si trattava di una avventura seria. Povera me! Quante ne ho passate nella mia vita! - Quando stavo per andarmene, mi chiamò indietro, e mi diede una svanzica, l'unica moneta che aveva in tasca. - Tenete,- mi disse - un s'pò mai savè... - E questo fu tutto il suo saluto, capite?-

***

- Non era quello il tempo e il luogo per farsi i complimenti. Io dunque - seguitava il nonno rimasi nella sala di Lorenzone per sei ore ad attendere il momento della partenza, e assistetti a tutto quanto accadeva là dentro. Ma capivo poco: parlavano certi dialetti e certe lingue storpiate!

Compresi che Anita voleva con insistenza che il Generale si travestisse. Egli rifiutò recisamente. E allora lei, come per dare l'esempio, pregò la Giuditta di Lorenzone di cambiarle un vestito buono con un abito da contadina, e un paio di scarpe. Ho detto che Garibaldi era in bolletta dura. Quella ne era la prova: a me prometteva gli scudi, a lui mancavano le papette per pagare il travestimento alla sua donna. Se fosse stato un ladro, come predicavano i preti, non occorreva mandar la Giuditta a cambiare il vestito.

Venne Ciceruacchio col figlio Lorenzo: vennero altri ufficiali. Arrivavano e partivano staffette.

Il Generale era taciturno, ma aveva una calma che faceva paura. Raccolse molte carte e alcuni assegni della Repubblica Romana nel vano di una finestra e diede fuoco al mucchio.

Lorenzone brontolava: - Bruciare le carte sta bene, ma perchè bruciare anche la moneta?

Poi fu preparata la cena ed io fui invitato a sedermi con gli altri. Nessuno parlava: tutti parevano molto preoccupati. Io mangiai e bevvi facendomi forza, perchè non ne sentivo il bisogno, un po' per il pensiero del viaggio che non sapevo come sarebbe andato, un po' perchè mi sentivo fuori ambiente, ed avevo soggezione di tutti quegli ufficiali in divisa.

Venne il tenente Giambattista Braschi e portò una carta. Il Generale la lesse, poi disse: - Chi vuole venire con me, venga. Un buon repubblicano non capitola mai!-

Il tenente Tonnini venne ad avvertire che per le undici di sera avrebbe aperta la porta di San Francesco. Capii che quella era l'ora della partenza. Alle undici precise infatti eravamo alla porta di San Francesco. Garibaldi strinse la mano a Pietro Tonnini e lo ringraziò. Mancava Ugo Bassi: andò il Maggiore Cerni a chiamarlo. Povero frate! Nella furia della partenza dimenticò il colletto nella casa di Lorenzone.

***

Scendemmo in Borgo e ci fermammo sulla piazza di sopra. In Borgo c'era un altro raggruppamento di Garibaldini con molti ufficiali. Quelli che seguivano Garibaldi da porta San Francesco erano poco più di cento uomini; in Borgo raddoppiarono.

Si discusse ancora sulla strada da seguire, perchè correvano voci contradditorie sui movimenti dei Tedeschi. Come prima tappa si doveva arrivare a Sogliano. Avevo proposto due strade: quella del Ventoso più lunga, quella di Acquaviva più diretta.

Garibaldi aveva accettato quest'ultima. Ma siccome c'era pericolo che le pattuglie tedesche da Montemaggio fossero arrivate in quella zona, il Generale mandò avanti un Capitano e due soldati per accertarsi che la strada che conduceva al fiume fosse libera.

Nell'attesa Anita, che si reggeva male in piedi, fu ricoverata in una casa dove erano alloggiati alcuni ufficiali.

Intanto Ugo Bassi, Ciceruacchio, il Capitano Livraghi ed un gruppo di circa venti uomini che parevano più impazienti, decisero di andare avanti per la strada del Ventoso, la più pericolosa perchè più vicina a Verucchio occupato dai Tedeschi. Li affidai al mio amico Mazza Bastiano, guida sicura, svelto come la polvere e pratico dei posti. Erano del gruppo, come per fatalità, i predestinati alla fucilazione di Ca'Tiepolo e della Certosa.

Il Capitano che si era avviato per l'Acquaviva mandò indietro un soldato per avvertire che la strada era libera.

Mezzanotte era passata. Ci rimettemmo in cammino ed affrettammo il passo.

***

Eravamo circa duecentocinquanta, la maggior parte con muli e cavalli. Io marciavo avanti a tutti, a piedi:con me era il Generale, Anita ed alcuni ufficiali. Il grosso della colonna ci seguiva a cento metri di distanza.

Quando fummo sotto la Baldasserona notammo la figura di un uomo che veniva verso di noi come se avesse paura di farsi vedere, e cercava di nascondersi dietro i filari delle viti. Ma per la camicia bianca spiccava nettamente sul verde dei campi.

Garibaldi, che notava tutto, mi ordinò di avvicinare quell'individuo e di vedere chi fosse: corsi avanti e gridai: - Chi vi? -

Quella specie di fantasma, che era un robusto contadino in maniche di camicia, risponde: - Amici! - E tenta di scappare. Lo raggiungo, lo fermo e gli dico: -Amici chi? Dove vai a quest'ora? - E boia de vilen mi si piantò davanti risoluto, e pareva avesse intenzione di mettermi le mani addosso: - Vado dove mi pare e faccio il mio porco comodo!

In quel momento ci raggiunge il Generale, salta da cavallo e pianta una pistola sul petto del ribelle.

- Dove vai? - gli dice con quella sua voce che pareva calma, ma alla quale nessuno resisteva.

Il contadino si spaventa più per la voce, lo sguardo e la imponenza della persona, che per la pistola, e balbetta: - Vado a San Marino a vedere se c'è ancora Garibaldi.

- Chi ti manda?

- Mi mandano i Tedeschi.

- Dove sono?

- A Pietracuta.

- Di dove vengono?

- Da Montemaggio e vanno a Montebello.

- Corpodundio! - dico io - I Tedeschi a Montebello?

Secondo l'itinerario pensato nella sala di Lorenzone avremmo dovuto passare il Marecchia proprio a Pietracuta, arrampicarci su per le colline a ponente di Montebello ed arrivare a Sogliano per la via più breve lungo sentieri che io ben conoscevo. Se non incontravamo quel contadino saremmo andati a cadere giusto giusto in mezzo ai Tedeschi.

Il tempo stringeva: non c'era da discutere. Lasciammo la strada e ci buttammo giù a rotta di collo per il fosso delle fornaci.

Il contadino fu legato alla sella di un cavallo in mezzo al grosso della colonna, ed obbligato a seguirci. Non so che fine abbia fatto: non l'ho visto più.

***

Il letto e le sponde del fosso, pieno di pietre e di pantano, erano di notte una strada tutt'altro che co-moda; ma quella gente, abituata alle marce tra i monti, non conosceva ostacoli.

Garibaldi, al solito, cavalcava avanti con Anita e pochi ufficiali, e spiccava nella notte per il colore chiaro del mantello che aveva sulle spalle. Entro al fosso eravamo al coperto, tuttavia cominciai a preoccuparmi e gli dissi:

- Generale, se incontriamo i Tedeschi, le prime pallottole sono vostre.

- Non è così - rispose con la solita calma: - Se gli austriaci sparano, mirano al grosso, non alla pattuglia di punta.

Giunti al torrente di San Marino, ne seguimmo la sponda destra fino al Marecchia, ed ivi passammo il fiume per dar la scalata alle colline che sono fra Montebello e Scorticata. Avevamo appena iniziato la salita sulla sinistra del fiume, che eccoti una scarica di moschetteria. I Tedeschi erano vicini. Ebbi un brivido e pensai: - Questa volta ci siamo! - Non avevo altra arma che una pistola. La colonna si fermò. Il Generale, sempre calmo e sereno, guardò per qualche istante col cannocchiale la valle del Marecchia dove si erano uditi gli spari. In quel momento alcune pattuglie di cavalleria austriaca, provenienti da parti opposte, si incontravano nel fiume poco sopra il punto dove eravamo passati noi. Il cerchio si chiudeva. Se avessimo tardato un quarto d'ora, restavamo in trappola, ed ogni via di scampo sarebbe stata quasi impossibile.

Confesso che ebbi paura. E facile fare lo spaccone quando il pericolo è passato, ma a trovarsi sul punto di avere da un momento all'altro attraversata la via dai nemici, e magari lo stomaco attraversato da una giuggola, credete pure che il divertimento è poco. Ma con Garibaldi a capo, la paura passava subito. Bastava guardarlo per sentirsi pieni d'ardimento. Dall'alto del suo cavallo, come se niente fosse, impassibile come sempre, pareva che con lo sguardo penetrasse le ombre della notte. Restò fermo qualche minuto, poi disse:

- Andiamo avanti! - E riprendemmo il cammino.

***

Naturalmente evitammo con cura le strade e le case. Ci arrampicammo per sentieri, attraverso i campi, lungo i costoni dei calanchi. Il silenzio era profondo: non si sentiva che lo scalpiccio degli uomini e dei cavalli. Sul nostro fianco il castello quadrato di Montebello pareva tinto di nero nel chiarore del cielo: lo guardavamo con rabbia, come se da un momento all'altro una scarica di racchette dovesse dare il Chivì.

Arrivammo a San Gianni in Galilea stanchi e con la gola arsa. Speravamo di poter sostare un momento. Ma il Generale ordinò di tirare avanti, sempre evitando strade e case, perchè le pattuglie papaline potevano essere ovunque, e le spie certamente erano molte. Le spie dei preti avrebbero creduto di guadagnarsi il paradiso consegnando Garibaldi al boia.

A cinquecento metri da Sogliano il Generale comandò l'alt. Ci incontrammo col gruppo di Ugo Bassi. Andarono avanti nel paese alcuni ufficiali, fra cui Ciceruacchio.

Anita scese da cavallo. Non si reggeva in piedi e sedette sopra un mucchio di ghiaia.

Ci venne incontro il Dottor Bonaventura Sabbatini, che io sapevo buon patriota, e a nome del municipio fece portare viveri in abbondanza.

Ricordo un prete: tra tante anime nere c'è sempre qualcuno che esce di razza. Fece parecchi viaggi per portare bottiglie di ottimo vino, che ci mise in forza dopo la fatica dell'arrampicata notturna su per i greppi: con la tonaca al vento pareva avesse le ali ai piedi.

Garibaldi parlò a lungo con Sabbatini, mangiò poco, bevve anche meno e regalò i suoi sigari al Dottore.

***

Quando ci rimettemmo in cammino la schiera era molto assotigliata. Quell'andare alla disperata senza saper dove, col pericolo di cascare, senza poter difendersi, nella rete dei Tedeschi, faceva tremare il cuore anche a quelli che non avevano avuto paura delle battaglie. Ad uno ad uno si allontanavano per i campi e sparivano.

Garibaldi, cui nulla sfuggiva, vedeva certamente la continua diminuzione della colonna, e lasciava fare. Anche il rosso delle camicie andava scomparendo. Non c'erano più le ombre della notte a proteggere i fuggitivi. E chissà quante staffette galoppavano verso l'esercito tedesco per segnalare il passaggio di Garibaldi. Per quanto fosse inutile ormai nascondersi, il Generale volle ancora che si evitassero le strade più frequentate e gli abitati, e che si seguitasse la marcia lungo i sentieri ed attraverso i campi. Egli stesso indicava la strada: pareva pratico dei luoghi come se fosse sempre vissuto in quelle campagne. Aveva il fiuto del cane e l'occhio del falco.

Anita faceva pena e francamente faceva anche rabbia, perchè in quelle condizioni non avrebbe dovuto ostinarsi a seguire il marito, col pericolo di essere costretta a fermarsi per la strada ed a compromettere la salvezza di tutta la brigata.

Ho dimenticato di dire che, mentre eravamo nella casa di Lorenzone, tanto la Giuditta quanto suo marito invitarono più volte Anita a restare con loro a San Marino, senza affrontare il disagio della fuga. Avrebbe dovuto seguire il consiglio di quella buona gente, perchè a San Marino nessuno l'avrebbe toccata, neppure i Tedeschi. Invece, nossignore! ostinata, cocciuta come una mula, non volle sentire ragioni e ci seguì in quel viaggio che per lei doveva essere l'ultimo. Pareva un cadavere: non aveva forza di reggersi a cavallo. Era attaccata alla vita coi denti, come in un atto di disperazione.

Eravamo stanchi, sudati, abbrustoliti dal sole. Molti cavalli che non reggevano alla fatica, venivano abbandonati. Il cammino era lungo e più faticoso del necessario perchè attraversato dalle vallate dei fiumi, primo il Marecchia, poi l'Uso, poi il Rubicone, che ci obbligavano a ripide discese ed a snervanti arrampicate.

Passammo a Santa Paola e facemmo alt vicino a Roncofreddo dove ci fermammo per circa due ore: mangiammo e ci riposammo.

***

Alle tre del pomeriggio eravamo di nuovo in marcia.

Passammo per Longiano.

La marcia degli ultimi avanzi della Legione Garibaldina era evidentemente segnalata alla popolazione, perchè in distanza, lungo le strade, in vicinanza delle case molti contadini curiosavano.

A San Giovanni in Compito il Generale diede istruzioni alla schiera, oramai ridotta a meno della metà, per attraversare inosservata la via Emilia. Non si poteva marciare in gruppo per dare occhio a pattuglie austriache o pontificie, che era facile incontrare su quella strada di grande traffico.

Alla spicciolata ci allontanammo dalla zona della via Emilia e finalmente giungemmo a Gatteo dove terminava il mio impegno di guida, perchè non ero molto pratico delle strade e dei sentieri del piano per arrivare al luogo di imbarco a Cesenatico. Avevo però un amico fidato, Giuseppe Rossi, che presentai a Garibaldi, e che guidò la colonna fino al termine del viaggio senza sorprese e senza incidenti.

Il Generale nel salutarmi avvicinò a me il cavallo e mi strinse forte la mano.

- Addio, caro Zani, - mi disse. - Ti ringrazio! Ci rivedremo fra dieci anni con migliore fortuna.

Nel tornare indietro un contadino, presso il quale ci eravamo fermati per bere, mi mostrò un cannocchiale che Garibaldi aveva dimenticato. Avrei potuto tenerlo e pagarmi dei quattro scudi che il Generale mi aveva promesso e che non possedeva, perchè come soldato era un grande soldato, ma come uomo non ha mai racimolato un soldo. Il cannocchiale è uno strumento del mestiere per un generale. Ed io, stanco come ero, rifeci molta strada quasi di corsa per raggiungere la colonna e consegnare a Garibaldi il suo cannocchiale. Ne ebbi in compenso nuovi ringraziamenti ed una più vigorosa stretta di mano. Mi fermai per guardarli mentre si allontanavano arrampicandosi faticosamente su per un greppo dietro il quale scomparvero. E pensavo fra me:

Chissà quanti di costoro riusciranno a portare a casa la pelle?-

Poi ripresi la strada e tornai a casa senza incidenti.

***

Qui nonno Badarlon taceva. Ma la nonna Marina cominciava a brontolare:

- Sì, tornava a casa senza incidenti, ma ritornava la mattina del 2 Agosto! ed io intanto, poveretta me, avevo passato due notti d'inferno, perchè non sapevo dove quel matto di mio marito fosse andato, nè se sarebbe tornato a casa. I tempi erano brutti assai, e la vita dei cristiani era considerata meno di quella delle bestie... Si ammazzava un uomo per niente, Gesummaria!

La mattina del primo Agosto - seguitava la nonna- uscii di casa all'alba. Abitavamo allora nelle case delle suore di Santa Chiara, davanti al Collegio Belluzzi. Passai per l'androne dei Braschi e discesi alle mura dell'Andata. Al caffè di Lorenzone mi dissero che mio marito si era allontanato con Garibaldi e con molti altri fino dalla mezzanotte.

La porta di San Francesco era chiusa e guardata dai nostri militi. Ma sullo Stradone si udiva un baccano d'inferno, le imprecazioni, le bestemmie in tutti i dialetti d'Italia di quelli che erano rimasti quassù. Poi, non so di dove passarono, si introdussero nella Città, sacramentando che volevano combattere fino all'ultimo sangue, e che si sarebbero sepolti sotto le macerie del paese, perchè Garibaldi li aveva traditi d'accordo con i nostri, ed era scappato abbandonando la truppa.

Bel divertimento, vero, per noi povera gente? - E non c era niente da scherzare! Dei Garibaldini quelli che strillavano di più erano la feccia. E i Tedeschi avevano piantato i cannoni sui colli attorno al Monte, fin dentro il nostro territorio, sul castellaccio di Fiorentino e a Poggio Castellano. Dai merli dell'Andata si vedevano luccicare le baionette dei Tedeschi tra gli alberi. Da un momento all'altro c'era da aspettarsi una grandinata di palle, Gesummaria!

Per fortuna erano rimasti sul Monte alcuni ufficiali della Legione, fra cui un colonnello che si chiamava Sacchi, i quali riuscirono a calmare quegli energumeni, promettendo che sarebbero tornati alle loro case sani e salvi, senza combattere.

Infatti il Governo di San Marino diede a ciascuno una papette ed un passaporto. Si affollavano alla porta di San Francesco: consegnavano le armi, ricevevano il denaro. Pareva un mare in burrasca! Che tipi, gesummaria! C'erano, è vero, giovanetti imberbi, poveri figli di mamma innocenti, che sfidavano la morte per la loro idea; e c'era qualche faccia di Santo. Ma i più, forse per la fame, la fatica, gli stenti, erano trasfigurati e parevano masnadieri.

Garibaldi stesso, prima di partire, aveva avvertito i nostri che stessero di guardia perchè sotto il travestimento di Legionari molti erano pendagli da forca ed avanzi di galera. Per uno, sorpreso a rubare, aveva egli stesso ordinato la fucilazione: fu salvo per l'intervento dei nostri cittadini che non vollero si spargesse sangue di canaglie. Un altro fu sorpreso nella stalla dei Valloni sul punto di scannare un ufficiale per rubargli una cintura piena di scudi d'argento: fu arrestato, ma poi lasciato partire indisturbato. C'erano perfino delle zavardone in camicia rossa con tanto di pantaloni!

I Garibaldini adunque e tutta la canaglia mescolata con loro parte partirono col foglio di via della Repubblica e con la papetta, parte si travestirono e si nascosero nelle case, specialmente in campagna e perfino nella tana di bando.

E così come all'improvviso erano arrivati, all'improvviso scomparvero.

***

Ma ecco che incominciavano nuovi guai. Molti mangiasego austriaci comparvero in Borgo in cerca di vino e di donne. Poteva succedere qualcosa di grave perchè in mezzo a' Borgheggiani erano non pochi Garibaldini travestiti, che avevano la testa calda. Ma il Reggente Belzoppi mandò una staffetta al generale Radeschi... (Per la nonna Marina tutti i generali austriaci si chiamavano Radetzky. In questo caso si trattava di sua altezza Reale ed Imperiale l'Arciduca Ernesto che aveva il quartier generale al Vascone sul territorio della Repubblica).

E Radeschi, invece di andarsene per i fatti suoi, il giorno dopo verso sera entrò in Città a suon di musica e fu ospitato da Bartolomeo Borghesi,che dicono sia stato un grand'uomo, ma a noi povera gente sembrava un'arpia di cui si mormoravano cose che non dico.

Insieme con Radeschi entrarono in paese i suoi soldati. Erano una fila che non finiva mai. Entravano da Porta San Francesco, uscivano dalla Porta della Ripa e scendevano in Borgo giù per la Costa al rullo dei tamburi. Erano di pelo rosso, che chi non lo prova non lo conosce; e avevano in testa certi pentolini! E portavano i calzoni così tirati che non so come facevano a camminare. Le divise non erano a brandelli come quelle dei Garibaldini, ma le facce erano insolenti da stomacare e brigantesche da far paura, Gesummaria!

Uno di costoro (mi fu raccontato, ma io non l'ho veduto) uno di costoro si ritirò dietro una siepe, e per pulirsi strappò un ciuffo d'ortica. Naturalmente l'ortica fece il suo dovere; e il mangiasego coi calzoni calati cominciò a bestemmiare tutti i santi tedeschi, urlando:

- In Italia star priganti anche le erbe!

Pezzo di porco! - concludeva la nonna: - meglio un brigante italiano che un santo tedesco!

***

- I guai durarono molti anni. Prima furono le seccature dei papalini perchè il nostro governo non riusciva a trovare e consegnare tutte le armi garibaldine rimaste quassù. Sfido io! le avevano nascoste in gran parte i contadini nei pagliai! Ma le autorità pontificie pretendevano la consegna dei Deputati della Costituente Romana qui rifugiati, e fecero assediare la Repubblica da quattromila Austriaci, che osarono perfino entrare nel territorio e perquisire le case in cerca dei perseguitati politici. Ma i nostri tennero duro, anche perchè sapevano di avere la protezione dell'Imperatore dei Francesi, che offrì uomini ed armi.

Come se ciò non bastasse, un gruppo di volgari delinquenti, che pretendevano di essere l'avanguardia dei patrioti e dei liberali, aveva formato quassù una setta segreta per ammazzare la gente, gesummaria! I primi a scomparire dovevano essere i cinque B: Bonelli, Belzoppi, Borghesi, Braschi, Belluzzi. Giambattista Bonelli infatti fu ammazzato con un colpo di trombone nella schiena sotto l'arcone che era di fianco al Palazzo Mercuri. Era passato lì sotto una prima volta accompagnato da due figli. Uno di essi vedendo i sicari appostati aveva chiesto: - Chi sono, papà, quegli uomini?- E il Segretario aveva risposto: - Sono uomini che badano ai fatti propri. - Passò una seconda volta, e fu freddato!

Gaetano Angeli fu pugnalato; il medico condotto Annibale Lazzarini fu steso morto sulla piazza del Borgo. Un povero cristo di emigrato, perchè sospetto di fare la spia, fu scannato a tradimento e sepolto vicino al gengone di Borgo con gli stivali e con l'orologio che fu trovato poi fermo sulla ora della morte.

Tutti avevano paura: molti scappavano. A Erminio Ceccoli, garibaldino, salvò la pelle per miracolo l'amico Badarlon. E Badarlon stesso fu minacciato, e una notte preso di mira con gli schioppi sull'arcetta del Borgo. Quelli che commettevano i delitti erano delinquenti forestieri e perfino Garibaldini, d'accordo con rinnegati di quassù...

Nonno Nicola a sentir parlare dei Garibaldini, si ribellava: - Delinquenti sì, garibaldini no, perdio!

- Ah! no? E il colonnello Valzania, qui in combutta con la feccia, chi era?

- Valzania era un ufficiale di fegato.

-Valzania era uno sporcaccione. Ah! voi fingete di non ricordarvi che pretendeva di far la corte anche a me poveretta?

Una volta, con la scusa di una lettera, manda quel mammalucco di mio marito fuori di San Marino. Avevo una nidiata di figli tutti piccoli, e non sapevo dove sbattere la testa per il mangiare. La mattina presto vado da mia sorella in casa Dadi per avere qualche prestito.

Al ritorno giù per la strada del Cantone ecco che quel bellimbusto del colonnello mi apposta.

- Buon giorno, bella sposina.

- Buon giorno un accidente! - E affrettai il passo. E lui dietro di corsa :

- Permettete una parola, sposina?

Quando fui al cancello dell'orto delle suore, abitavamo sempre nella casa del convento, mi raggiunge e fa per prendermi per un braccio. "Ia aveva el fregni". Acchiappo un coppo sul muro di cinta e glielo sbatto sul muso. Appena il colpo, giù sangue dal naso! Poi corsi a chiudermi in casa.

E questo era il fegato del vostro ufficiale, mio signor marito!

***

Il quaderno è finito e anche le memorie del nonno Nicola volgono al termine.
Ho cercato di riprodurre la narrazione quanto più fedelmente ho potuto, ma sarebbe stato necessario scrivere in dialetto per una maggiore freschezza di espressioni e fedeltà di concetti, giacchè nè il nonno, nè la nonna parlavano in italiano; e non è facile tradurre il dialetto ed il pensiero del popolano romagnolo.

Degli episodi che ho ricordato molti sono stati pubblicati. Ma gli scrittori hanno infarcito di fronzoli letterari, di sentimentalismi e perfino di invenzioni e di inesattezze il racconto ruvido della vecchia Guida alterandone il pensiero e deformando la verità.

Anche Oddino Morgari, l'integralista dalla barba nera e dalla nera bombetta, ne scrisse, quando fu rifugiato a San Marino durante il processo delle urne. E ne scrisse Antonio Modani nelle sue "Note di un Alpinista sul Titano".

E superfluo dire che gli episodi che ho raccolto non sono il racconto di una sera d'inverno, ma il compendio di molti racconti uditi per molti anni ed annotati alla buona quando ero giovinetto.

Come ho scritto in principio, questo non vuol essere un brano di storia. Dopo tanti anni può in qualche particolare la memoria aver tradito i miei vecchi ed anche me. Se posso aver detto cose inesatte, chiedo scusa agli annalisti e li prego di rettificare.

***

Garibaldi fu profeta quando al tramonto del 1 Agosto 1849 nel salutare la Guida disse: - Ci rivedremo fra dieci anni con miglior fortuna.

Nel 1859 infatti Nicola Zani potè ancora una volta stringere la mano al leggendario Generale che, pur tra le avversità di una disastrosa ritirata, aveva avuto chiara visione dei destini della patria. Lo stesso saluto aveva rivolto ad altri durante l'attraversata da Cesenatico a Calamartina, e quasi con le stesse parole si era accomiatato da Bassetti allontanandosi da Forlì.

- Fu il 19 Settembre - raccontava il nonno. - La notizia che Garibaldi si trovava a Cattolica sul confine dello Stato Pontificio per preparare la insurrezione delle Marche e fare volontari, si sparse come un baleno. Anch'io decisi di partire, se non altro per rivederlo.

A piedi mi recai a Cattolica e arrivai verso mezzogiorno. Mi fu indicata la casa dove era. Alla porta alcuni piantoni mi fermarono.

- Chi cerchi? - mi chiese uno.

- Non si potrebbe parlare con Garibaldi?

Si mise a ridere.

- Il Generale è a tavola; ma tu chi sei?

- Sono stato la sua guida nel quarantanove quando scappò da San Marino.

Non so con precisione che cosa successe, ma dopo pochi minuti un ufficiale venne a dirmi che il Generale mi attendeva.

Entrai. C'era una stanza grande, e nella stanza seduti a un tavolo mangiavano molti ufficiali coi bottoni lucidi. Rimasi confuso. Garibaldi mi riconobbe, si alzò, mi strinse con forza la mano e disse agli altri chi ero. Si ricordava di me, capite? E questa fu per me la più grande soddisfazione.

Volle che mi sedessi a tavola. Sedetti. Raccontò come per miracolo non ci eravamo scontrati coi Tedeschi sul Marecchia nel quarantanove. Se avessi saputo parlare gli avrei detto chissà che cosa. Non seppi far altro che ringraziarlo.

Quando me ne andai, stringendomi ancora la mano, mi disse che voleva compensarmi, che fossi andato a trovarlo a Rimini.

Compensare me? Ma io la mia paga la avevo già avuta con l'accoglienza che mi fece. Andare a Rimini per aver l'aria di domandare la carità dei quattro scudi che mi aveva promesso nel quarantanove? Ma io, nella mia miseria, non sarei andato per tutto l'oro del mondo. E poi...

E poi, anche lui era un poveretto come me: un n'aveva manc on.